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La traduzione italiana è stata realizzata da Claude e non è ancora stata rivista. Se una frase sembra strana, confrontala con l’originale finlandese o con la versione inglese. Gli errori possono essere segnalati a pamphlet@woodslopecabin.com. Il testo verrà corretto man mano in base ai riscontri.
Italian translation by Claude, not yet proofread. Compare with the Finnish original or the English version; report errors to pamphlet@woodslopecabin.com. Corrections will follow feedback.
Parte II · La prova Saggio 4 di 7
Saggio 4 · L’arco come ponte
Saggio 4 · Peripezia

Romani

Che cosa vede il testo che sta nel mezzo?

Sintesi

La Lettera ai Romani sta tra la Genesi e l’Apocalisse e le vede entrambe. Nel capitolo 5 Paolo guarda indietro ad Adamo: per mezzo di un solo essere umano il mancare il bersaglio, hamartia, entra nel mondo. La legge interviene perché il tiro mancato si mostri come tale, e cresce oltre ogni misura. Nel capitolo 7 la stessa trama è raccontata dall’interno, da un «io» che vuole il bene e non lo raggiunge, fino al grido: chi mi libererà da questo corpo di morte? La svolta di 8,1 non nasce da una prestazione migliore. È un cambiamento di posizione. Nei capitoli 9–11 Paolo guarda avanti, alla storia dei popoli. Israele inciampa, l’inciampo apre la strada alle nazioni, e nessun popolo resta per sempre fuori dalla storia.

Testo del saggio · capitoli 1–7 · bozza 7 · 5 × 5 · 28 ott.

Atto I — La lettera nel mezzo

coppia: capitolo 7
Situazione iniziale

1. La lettera nel mezzo

A un certo punto della vita molte persone vivono un momento in cui la propria vita, all’improvviso, si legge come una storia. Può arrivare con un’osservazione, un fallimento o una sera tranquilla, e spesso giunge anni dopo gli eventi che spiega. Le vecchie scene vanno al loro posto, una dopo l’altra, e ciascuna ora sembra condurre alla successiva. Nello stesso momento la strada davanti mostra dove era diretta fin dall’inizio. Gli eventi non sono cambiati; ora stanno insieme, l’uno a causa dell’altro.

Prima di quel momento una vita si può ricordare e progettare, ma non ha ancora una trama. I ricordi stanno uno accanto all’altro come fotografie in un cassetto, e i progetti puntano in avanti senza sapere da dove vengono. Dopo quel momento le fotografie formano una sequenza e i progetti trovano la loro direzione. La persona ha riconosciuto la forma che i fatti della sua vita andavano disegnando da sempre. Questo saggio legge un testo scritto dopo un momento simile, da qualcuno che aveva visto accadere la stessa cosa alla storia dell’umanità.

Intorno all’anno 57 Paolo scrisse una lunga lettera a Roma, una città che non aveva ancora visitato. I suoi lettori erano un gruppo misto: alcuni venivano dal suo stesso popolo, Israele, altri dai molti popoli dell’impero. Scriveva per spiegare perché la storia che andava raccontando ovunque riguardasse entrambi i gruppi insieme, benché per secoli fossero vissuti secondo regole diverse. Nessuno dei due, pensava, poteva ascoltarla davvero senza l’altro. Nelle sue altre lettere risponde alle domande e alle liti di comunità particolari; qui racconta l’intera storia, dalla prima pagina della storia umana fino all’ultima.

La storia che la lettera racconta comincia dal primo essere umano, proprio all’inizio della vicenda umana (5,12). Finisce con uno svelamento: ciò che era nascosto per lunghi secoli ora è mostrato a tutti i popoli, e l’umanità può vedere dove si trova nella propria storia (16,25–26). Tra quell’inizio e quella fine Paolo colloca il proprio popolo, gli altri popoli e sé stesso, ciascuno in un punto diverso della stessa linea. La lettera è costruita come appare una vita dopo il momento del riconoscimento. Tutto in essa sta insieme, ogni parte a causa di un’altra, come le fotografie del cassetto che finalmente formano una sequenza.

In questo libro la lettera sta tra altri due testi. La Genesi ha raccontato l’inizio: come una persona entra nel linguaggio e comincia a mancare il bersaglio senza vederlo. L’Apocalisse fu scritta una quarantina d’anni dopo la lettera, e Paolo non la conobbe mai, ma porta lo stesso nome della fine di questa lettera, lo Svelamento, e descrive come un modo di vivere costruito su quel tiro mancato crolli dall’interno. La Lettera ai Romani deve mostrare che l’inizio e la direzione appartengono a un’unica storia, e Paolo può tentarlo solo perché scrive dopo un proprio riconoscimento. La domanda di questo saggio è se quel riconoscimento veda l’inizio e la direzione che la fine descriverà più tardi.

GENESIinizioAPOCALISSEfineRM 5Adamo: sguardo indietroRM 7l’io: grido e svoltaRM 9–11le nazioni: sguardo avanti16:25–26svelamentola lettera sta tra inizio e fine e li vede entrambi
Figura 4.1La lettera nel mezzo. Paolo racconta la storia dell’umanità dalla prima pagina all’ultima. I capitoli 5, 7 e 9–11 sono tre punti dello stesso arco.
coppia: capitolo 6
Innesco

2. Adamo

Quando nel capitolo 5 Paolo racconta la storia umana, non comincia dal proprio tempo ma dal primo essere umano della Genesi. In ebraico il nome Adamo significa semplicemente «essere umano», ed è così che Paolo lo usa: come un nome per tutti noi. Il saggio precedente ha mostrato che cosa racconta la storia di Adamo: come gli esseri umani entrarono nel linguaggio e cominciarono a vedere il mondo, e sé stessi, da una piccola distanza. È accaduto una volta alla specie, molto tempo fa, e accade di nuovo a ogni bambino che impara a parlare. Paolo comincia la sua storia su quella soglia, dove comincia ogni storia umana.

Per mezzo di questo primo essere umano, scrive Paolo, il mancare il bersaglio entrò nel mondo, e con esso tutto ciò che ne consegue (5,12). Indica un evento reale: qualcosa che accadde all’umanità quando entrò nel linguaggio. Con il linguaggio venne la capacità di nominare una meta, di mirarvi e di dirla ad alta voce, e con la meta venne la possibilità di mancarla. Da allora ogni essere umano nasce in un mondo in cui si mira e si manca. Paolo nomina il primo anello di una catena che arriva fino ai suoi lettori.

Legge la scena del giardino come una sequenza, nel modo in cui si legge la prima scena di un dramma quando il dramma è finito. Vista dalla fine, l’apertura non è più un racconto antico ma la prima mossa di una storia ancora in corso. Ogni scena successiva ne ripete qualcosa, in un nuovo scenario e con persone nuove, come uno schema familiare ritorna in ogni generazione. È così che Paolo può passare dal giardino ai propri lettori senza interruzione. Per lui stanno nella stessa storia, solo più avanti.

Poi aggiunge un passo che la Genesi lascia inespresso. Tra Adamo e Mosè, per mezzo del quale fu dato il metro di misura, dice, il tiro mancato c’era già, ma non veniva misurato né giudicato, perché non c’era nulla con cui misurarlo (5,13–14). Le persone vivevano a distanza da ciò per cui erano state fatte, senza un nome per quella distanza. Un bambino che non ha mai ricevuto un voto può essere molto indietro o molto avanti, e nessuno, tanto meno il bambino, è in grado di dirlo. Il tiro mancato esiste prima della misura, ma senza una misura non si può ancora vedere.

Con questo passo Paolo distende l’intera storia umana su un’unica linea, da un inizio mancato a una fine ancora da venire. Se la linea è una trama, deve reggere nella lettera in tre modi: la misura deve venire dopo il tiro mancato, non prima; la svolta deve venire da qualcosa di diverso da una prestazione migliore; e la fine deve radunare tutti i popoli. La lettura cade se la lettera attribuisce la svolta allo sforzarsi di più, o se un qualche popolo resta per sempre fuori dalla storia. Queste condizioni sono scritte ora, prima di leggere i capitoli 7–11. Il punto successivo della linea è il momento in cui la vita buona viene messa per iscritto come regole, e con esso arriva il primo segno che qualcosa è andato storto.

Atto II — La misura

coppia: capitolo 5
Azione crescente

3. La misura

Pensa a un corridore che corre perché correre è bello: il corpo si muove, il respiro si calma e il paesaggio cambia. Per lui lo scopo è la corsa stessa, non ciò che qualcuno ne dice, e lo stesso vale per tutto ciò per cui vale la pena tendere, imparare una lingua, un’amicizia o un buon lavoro. Prima o poi la corsa riceve una misura, un orologio che dà alla prestazione un numero, come la scuola dà un voto e il lavoro un punteggio. L’orologio mostra quanto è lontano dalla sua meta. All’inizio questo aiuta, perché ora può vedere i propri progressi e allenarsi, settimana dopo settimana, per colmare lo scarto.

Ma una volta arrivato l’orologio, qualcosa comincia a cambiare senza che lo si noti: non corre più lungo un sentiero nel bosco, ma contro i secondi. Il corpo, il respiro e il paesaggio, tutto ciò per cui aveva cominciato a correre, scivolano fuori dalla vista. Più a lungo guarda il numero, più si allontana dalla corsa stessa, e intanto i numeri continuano a migliorare, ed è per questo che è così difficile accorgersene. Nessuno lo vuole, né il corridore né chi gli ha dato l’orologio. Ciò che cresce è l’altra distanza, quella tra il corridore e ciò che voleva davvero, e nessun orologio la misura mai.

Paolo vide lo stesso ordine nella storia umana. Al suo popolo fu dato, per mezzo di Mosè, il nomos, una misura che mostra a che punto è la vita, come un orologio mostra al corridore la sua prestazione, perché possa migliorarla. Ma nel misurare accade qualcosa che nessuno dei due fa: quando la corsa diventa un numero, lo sguardo del corridore passa dalla corsa al numero, e ogni misurazione mostra un nuovo modo di restare indietro (5,20). Sembra un fallimento di chi ha dato la misura, ma Paolo dice che era lo scopo. La distanza non la produce né l’orologio né il corridore, ma un meccanismo, e solo ciò che è diventato visibile può un giorno essere riconosciuto.

Poi Paolo racconta la stessa cosa dall’interno di una singola persona, e l’ordine è lo stesso di ogni infanzia. Prima c’è la vita senza misura, in cui una persona semplicemente desidera e vive (7,9). Poi arriva un comando che nomina una cosa che non deve desiderare, e il nominarla rivolge l’attenzione proprio a quella, come «non guardare nell’armadio» fa dell’armadio il posto più interessante della casa. Eppure Paolo non fa agire né la persona né il comando, ma l’ hamartia: il tiro mancato ha colto l’occasione per mezzo del comando (7,8). Il comando è santo (7,12), la persona vuole il bene, e tuttavia la distanza cresce, perché è il tiro mancato stesso a farla crescere.

Questo è il movimento che segue l’intero saggio, e ha tre passi: viene data una meta, si crea una misura per aiutare a raggiungerla, e lentamente la misura prende il posto della meta. Chi agisce non è né la persona né la legge, ma il tiro mancato, il meccanismo che la Genesi descrive come l’ingresso nel linguaggio. Una persona prende parte al movimento senza guidarlo, ed è per questo che questo libro lo chiama lo scivolamento, un movimento in cui nessuno ha colpa. I più forti ne sono presi più a fondo, perché sono i più bravi a soddisfare le misure. Il movimento comincia in ogni vita in cui una meta riceve una misura, e niente al suo inizio dice dove conduce.

Peripezia · la svolta

4. Il grido e la svolta

Quasi tutti conoscono qualcuno come Robin: la prima ad arrivare in ufficio, l’ultima ad andarsene, e mai un obiettivo mancato. Aveva accettato quel lavoro perché voleva lavorare bene, in un modo di cui essere orgogliosa sulla strada di casa. L’azienda diede a quel desiderio una misura, obiettivi mensili, perché i progressi si potessero vedere. All’inizio gli obiettivi aiutavano, perché indicavano la direzione. Ma mese dopo mese guardava sempre più i numeri e sempre meno le persone per cui il lavoro era fatto, e mentre i numeri salivano il lavoro stesso si allontanava.

Paolo descrive una persona così dall’interno, come se per anni si fosse seduto alla stessa scrivania. Vuole ciò che è buono e lo vede, ma non riesce a raggiungerlo. Ciò che non vuole è proprio ciò che continua a fare: restare più a lungo, controllare ancora, promettere di più (7,18–19). Più si sforza, più si allontana dal lavoro che amava e dalle persone che quel lavoro doveva aiutare. Alla fine quello scarto è l’unica cosa che riesce a vedere, e ogni nuovo sforzo lo mostra solo più chiaramente (7,13).

Una mattina Robin è seduta in macchina davanti all’ufficio e non riesce a entrare. La borsa è sul sedile accanto, il telefono è già pieno di messaggi, e la mano non si muove verso la portiera. Il grido di Paolo, lo stesso dell’inizio del libro, ora è il suo: chi mi libererà da questo corpo di morte (7,24)? Nel linguaggio della tastiera la domanda è: dov’è Esc, come esco da questo programma? Sforzarsi di più non servirà, perché è proprio lo sforzarsi di più ad averla portata in questo parcheggio, anche se quest’anno ogni obiettivo è stato raggiunto.

La svolta non viene da qualcosa che Robin decide, ma dal fermarsi del movimento. Lei non vede ancora che cosa è successo; sa soltanto che non riesce a entrare. Paolo lo vede, perché scrive dopo la propria svolta: la promozione, gli obiettivi, le sere tardi e il parcheggio non sono sfortuna, ma una storia. La sua frase successiva dice che cosa c’è dall’altra parte di quell’arresto: non c’è più alcun verdetto contro quelli che sono en Christō (8,1), una posizione in cui una persona non poggia sulle proprie misure ma sulla storia. Robin lo riconosce solo più tardi, ma la svolta è già avvenuta.

Paolo spiega perché sforzarsi di più non poteva funzionare: un metro di misura agisce solo attraverso la persona che deve migliorare, e proprio quella persona si stava consumando (8,3). Per Paolo la causa della svolta è Cristo; questo libro segue soltanto il movimento della svolta, senza prendere posizione sulla sua causa. Ciò che è stato raggiunto non cambia; cambia il punto in cui una persona sta. La svolta ha un costo, gli anni di sere tardi, eppure chiunque abbia lasciato andare una meta che lo stava consumando conosce il sollievo che accompagna quella perdita. Lo stesso vale per l’umanità: chi vede i passi che l’hanno portata fin qui vede dove si trova nella storia.

coppia: capitolo 3
Pathos

5. Zelo senza riconoscimento

Dopo la svolta comincia il dolore di Paolo, e non riguarda più lui stesso. Scrive di una profonda tristezza per il proprio popolo, Israele (9,1–5). A loro erano state date promesse, un patto vincolante e un metro di misura secondo cui vivere. La storia che ha appena raccontato di una sola persona ora la vede nella storia di un intero popolo, distesa su molte generazioni. Ciò che accadde alla scrivania e in macchina accade qui nel corso dei secoli, così lentamente che nessuna generazione poteva vederlo per intero.

Nella loro storia l’ordine è chiaro: il popolo fu prima liberato e scelto, e solo dopo ricevette regole per vivere dentro un legame che già esisteva. Una famiglia ha le sue regole solo perché è già una famiglia. Un bambino è amato prima che arrivi la prima pagella, e la pagella serve ad aiutarlo a crescere dentro quell’amore, non a comprarlo. Ma lentamente il bambino comincia a cercare di guadagnarsi con i voti ciò che era già suo. Ogni bel voto comincia a sembrare una prova d’amore, e ogni voto brutto la sua perdita.

Paolo vede lo stesso scivolamento nella storia del suo popolo: cominciarono a mettere al sicuro il legame sorvegliando la misura, come se la relazione potesse restare viva rispettando le regole (9,31–32). Lo vede prima in loro solo perché furono i primi a ricevere un metro di misura scritto. Sono devoti con tutte le loro forze, dice, ma alla loro devozione manca il riconoscimento, perché non vedono dove stanno (10,2). La parola che usa per ciò che manca è la parola comune per riconoscere qualcuno quando lo si incontra di nuovo. È il momento in cui un volto nella folla si rivela un amico che si conosce da anni.

La loro devozione è reale, e non è sciocca. È semplicemente rivolta alla misura invece che al legame che la misura doveva servire, come occhi fissi su una mappa mentre il paesaggio scorre via. Più si impegna, più li allontana da quel legame, così come lo sforzo di Robin l’aveva allontanata dal lavoro. Paolo lo sa dall’interno, perché un tempo ha condiviso quella stessa devozione. Non scrive come un giudice che guarda dall’alto il suo popolo, ma come uno di loro che è appena stato fermato sulla stessa strada.

Poi dice a che cosa il metro di misura aveva sempre puntato: la svolta descritta nel capitolo precedente, un luogo dentro la storia in cui il legame non ha più bisogno di essere assicurato dalla misura (10,4). Un metro di misura ha sempre puntato oltre sé stesso, come un cartello stradale che serve solo finché il viaggiatore non arriva. Un popolo che aveva custodito fedelmente il cartello, generazione dopo generazione, vide apparire la città e non riuscì a lasciare il palo. Questa è la sofferenza della storia, la sofferenza della fedeltà e non del fallimento. Non appartiene a nessun popolo in particolare, perché accade a chiunque custodisca la misura meglio di quanto veda dove essa punta.

Atto III — I popoli

coppia: capitolo 2
Riconoscimento

6. Lo stesso movimento nei popoli

Nello stesso passo Paolo dice ancora una cosa: gli altri popoli hanno trovato la svolta, pur non avendo mai avuto una misura con cui inseguirla (9,30). Da qui si potrebbe trarre una conclusione dura: il popolo che ebbe per primo il legame è rimasto indietro, e gli altri lo hanno sorpassato. Paolo stesso solleva quella conclusione come domanda, se il suo popolo sia stato dunque messo da parte, e risponde di no, poiché lui stesso vi appartiene (11,1). Se il suo popolo fosse rimasto indietro, la storia si spezzerebbe a metà, e la linea dal primo essere umano all’ultimo avrebbe un vuoto. Così cerca il luogo dell’inciampo dentro la storia.

L’inciampo, scrive, non è una caduta (11,11). Per mezzo di esso la strada si aprì agli altri popoli, come una via chiusa per lavori in un punto manda il traffico attraverso quartieri che prima non raggiungeva. Lo stesso evento si legge come sconfitta da un lato e come liberazione dall’altro. Il popolo che inciampò non uscì dalla storia; il suo inciampo ne cambiò la direzione. L’inciampo è il cardine di una porta: in quel punto la storia si volge verso tutti i popoli.

Ma la strada che si aprì ai popoli non li conduce oltre lo scivolamento. Lo scivolamento non appartiene a nessun popolo in particolare; è un movimento che comincia ogni volta che una meta riceve una misura, e nei capitoli 3 e 4 è accaduto a chi impara, al bambino e a Robin. Paolo ha detto la stessa cosa all’inizio della lettera: tutti, il suo popolo e gli altri popoli allo stesso modo, hanno mancato il bersaglio (3,9; 3,23). Per questo avverte i popoli di non insuperbirsi, come rami nuovi innestati su un vecchio albero (11,17–21). Non descrive un pericolo che potrebbe avverarsi, ma un movimento che deve ripetersi.

Paolo non vede quale forma prenderà la ripetizione, ma la storia la mostra. I popoli ricevettero una misura propria: le Scritture e la Chiesa, che dicevano loro che cosa il legame richiede e chi vi appartiene. All’inizio la misura aiutò, ma poi lo sguardo passò a ciò che si poteva verificare: la dottrina giusta, le parole giuste e l’appartenenza giusta. Il legame rende speciale chi vi vive rispetto agli altri, e a poco a poco molte nazioni cominciarono a considerarsi proprio in questo modo. Il peso era passato oltre: i popoli cominciarono a portare la stessa specialità che era stata la sorte di Israele.

Ora Paolo dice ciò che era nascosto e ora è mostrato. Una parte del suo popolo è diventata incapace di vedere finché non sarà entrato il numero completo degli altri popoli, e in questo modo tutto Israele tornerà al suo posto (11,25–26). La parola «finché» pone un limite alla fase dei popoli: ha un inizio e una fine, e dopo di essa viene una svolta, come fu per Israele. Entrambi percorrono lo stesso movimento in tempi diversi, e nessuno dei due sorpassa l’altro. Una trama che sembrava spezzata si rivela essere stata da sempre un unico movimento.

coppia: capitolo 1
Scioglimento

7. Tutti nello stesso tiro mancato

All’inizio sta il primo essere umano, per mezzo del quale il mancare il bersaglio entrò in tutta l’umanità molto prima che qualcuno lo misurasse (5,12–14). Poi la vita buona fu messa per iscritto come regole per un popolo, e nella sua storia lo scivolamento divenne visibile (5,20; 9,31–32). Dopo di ciò la misura, e con essa il peso, passò ai popoli, finché la loro fase non sarà piena e Israele non tornerà al suo posto (11,25–26). Paolo scrive all’inizio della terza fase, ma poiché ogni passo segue dal precedente, non solo dopo di esso ma a causa di esso, può vedere dove la linea prosegue. Il suo ultimo punto riguarda tutti insieme.

Paolo lo dice in una sola frase: Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (11,32). La parola qui non è hamartia ma apeitheia, un non ascoltare, eppure il movimento è lo stesso: nessuno sta fuori da ciò da cui tutti vengono tratti fuori. Nessun popolo resta come il colpevole, né il popolo che ebbe per primo la misura né i popoli che la ricevettero dopo, perché la trama riguarda tutti (10,12). La misura che separava i popoli si rivela ciò che li unisce: ciascuno ha percorso con essa lo stesso movimento. Quando tutti stanno nello stesso tiro mancato, nessuno ha più bisogno di assicurarsi un posto al di sopra degli altri.

Paolo ha un nome per questo punto finale, e arriva nelle ultime righe della lettera: lo svelamento (16,25–26). Ciò che era nascosto per lunghi secoli ora è mostrato a tutti i popoli. È il momento in cui l’umanità vede dove si trova nella propria storia, come lo vede una persona quando la sua vita comincia a leggersi come una storia. L’inizio e la fine della lettera sono ora entrambi in vista: il primo essere umano, che mancò il bersaglio senza vederlo, e l’umanità, che finalmente vede. Paolo può vedere entrambi gli estremi perché ha attraversato lui stesso il movimento e sa dove conduce.

All’inizio di questo saggio la domanda era se il riconoscimento di Paolo mostri davvero entrambi gli estremi. Li mostra come un unico movimento: il tiro mancato venuto con il linguaggio viene portato alla vista alla fine, e le stesse persone stanno in entrambi. Lo stesso accade a chiunque la cui vita cominci all’improvviso a leggersi come una storia, a qualunque età. I ricordi sparsi si dispongono in una sequenza, e la strada davanti mostra dove era diretta. Gli eventi non sono cambiati; ora si vede dove, nella propria storia, ci si trova.

Il movimento è stato ora visto per intero: una meta riceve una misura, la misura prende il posto della meta, e quando la misura passa oltre, il movimento passa con essa. Si ripete in una persona, in un popolo e nella storia dei popoli, e nessuno sforzo lo ferma, perché lo sforzo appartiene al movimento. Finisce solo quando la misura e la meta si separano, e ciò accade là dove si può vedere l’intero percorso. Paolo chiude qui il suo argomento, nello stupore davanti a una storia troppo grande perché qualcuno possa guidarla (11,33). Ciò che egli vede nel linguaggio della storia, l’ultimo libro della Bibbia lo mostra in immagini, e il prossimo saggio lo legge.

Disposizione · nota di lavoro
Disposizione v2 · 5 paragrafi per capitolo · nota di lavoro (tradotta dal finlandese)

Un ponte che vede l’inizio e la fine. 7 capitoli, 2 + 3 + 2, ciascuno di 5 paragrafi × 5 frasi. Cornice: l’arco della vita dall’infanzia all’età adulta, lo stesso in tutti i saggi.

1234567Atto I · Atto II · Atto III

Atto I — La lettera nel mezzo

1 · Situazione iniziale

La lettera nel mezzo

  1. Cornice: il momento in cui la propria vita comincia a leggersi come una storia.
  2. Prima: ricordi e progetti senza trama; dopo: eventi l’uno a causa dell’altro.
  3. Lettera a Roma verso l’anno 57; lettori: Israele e gli altri popoli.
  4. La lettera comincia dal primo essere umano e finisce con lo svelamento (16,25–26).
  5. I tre testi del libro; domanda: il riconoscimento di Paolo mostra entrambi gli estremi?
2 · Innesco

Adamo

  1. Adamo = «essere umano»: l’ingresso nel linguaggio come specie e in ogni bambino (saggio 3).
  2. Il tiro mancato entrò nel mondo per mezzo del primo essere umano (5,12) – un evento reale, non una metafora.
  3. Il giardino come sequenza: la prima scena di un dramma, quando il dramma è finito.
  4. Da Adamo a Mosè: tiro mancato senza misura; il bambino prima dei voti (5,13–14).
  5. Tutta la storia su un’unica linea; punto successivo: la vita buona messa per iscritto come regole.

Atto II — La misura

3 · Azione crescente

La misura

  1. La meta riceve una misura: voto, punti, like – all’inizio aiuta.
  2. Lo sguardo si sposta tra due numeri; la persona si allontana dalla cosa stessa.
  3. Umanità: regole per mezzo di Mosè, lo scarto cresce – di proposito, perché si veda (5,20).
  4. L’individuo dall’interno: la regola nomina il proibito, l’armadio, la cosa nominata attira (7,7–10).
  5. Scivolamento: tre passi, nessuno ha colpa; il giovane seduto in cima allo scivolo.
4 · Peripezia · scritto

Il grido e la svolta

  1. La dipendente e la misura: lo sguardo passa ai numeri, il lavoro si allontana.
  2. Paolo dall’interno: vuole il bene e non lo raggiunge; lo scarto cresce finché è l’unica cosa che vede (7,13–19).
  3. Il grido in macchina: chi mi tirerà fuori da una vita che mi consuma (7,24).
  4. Due luoghi e un percorso = una storia; i numeri non hanno più potere di giudicare la sua vita (8,1).
  5. Perché sforzarsi non poteva aiutare (8,3); il prezzo, il sollievo; lo stesso a livello dell’umanità.
5 · Pathos

Zelo senza riconoscimento

  1. Il dolore di Paolo per il proprio popolo (9,1–5).
  2. Prima il rapporto, poi le regole; la famiglia; il bambino è amato prima della pagella.
  3. Lo scivolamento si vede prima in Israele, perché fu il primo a ricevere una misura scritta (9,31–32); manca il riconoscimento (10,2).
  4. La devozione è reale; Paolo è uno di loro, fermato sulla stessa strada.
  5. Il cartello stradale (10,4): la sofferenza della fedeltà, che appartiene a tutti.

Atto III — I popoli

6 · Riconoscimento

Lo stesso movimento nei popoli

  1. Osservazione (9,30) e conclusione: il popolo è rimasto indietro? Paolo vi appartiene (11,1).
  2. L’inciampo non è una caduta (11,11): la strada si apre ai popoli; il cardine.
  3. Necessità: lo scivolamento non appartiene a un solo popolo (meccanismo, 3,9; 3,23); avvertimento ai rami (11,17–21).
  4. Storia: i popoli ricevono una misura – le Scritture e la Chiesa; lo sguardo alla dottrina e all’appartenenza.
  5. «Finché» (11,25–26): due viandanti, lo stesso movimento, nessuno dei due sorpassa l’altro.
7 · Fine

Tutti nello stesso tiro mancato

  1. La linea riassunta: il primo essere umano (5,12–14) → misura per un popolo (5,20; 9,31–32) → misura e peso ai popoli (11,11; 11,25).
  2. «Finché»: Israele torna, nessuno porta il peso da solo (11,25–26); tutti nello stesso tiro mancato (11,32); nessuna differenza (10,12).
  3. Il nome del punto finale: svelamento (16,25–26) – l’umanità vede dove si trova; per questo Paolo vede entrambi gli estremi.
  4. Risposta alla domanda del saggio; la cornice si chiude: la vita si legge come una storia, a qualunque età.
  5. Il meccanismo per intero: la misura passa, il movimento passa; finisce quando misura e meta si separano; 11,33; ponte verso l’Apocalisse. Niente fanfara.
Osservazioni
  • I nove paragrafi della bozza del pomeriggio si distribuiscono come materiale nei capitoli di questo schema. Il capitolo 4 viene riscritto come capitolo a sé.
  • Ordine di scrittura: 4 → 5 e 3 → 6 e 2 → 7 e 1.
  • Tutti e sette i saggi seguono lo stesso modello. Sul sito ogni saggio ha atti (Atto I–III) e capitoli 1–7.
  • Esempio d’apertura deciso: la giovinezza nell’arco della vita.
Bozza precedente, 27 ott. (materiale)
Complicazione

La lettera di Paolo ai Romani guarda indietro prima di guardare dentro. Nel quinto capitolo torna al giardino e nomina il momento in cui la trama ebbe inizio: per mezzo di un solo essere umano l’ hamartia entrò nel mondo, e per mezzo dell’ hamartia la morte (5,12). Non racconta di nuovo la storia, perché i suoi lettori conoscono la Genesi. La legge invece come una sequenza, nel modo in cui si legge il primo atto di un dramma a partire dall’ultimo. In questa lettura Adamo non è un caso tra tanti; è il punto in cui l’intera storia umana prende il suo corso.

Poi Paolo aggiunge un passo che la Genesi non esplicita. Tra Adamo e Mosè, scrive, l’ hamartia era già nel mondo, ma non veniva contata, perché non c’era nulla con cui contarla (5,13–14). Con Mosè arriva il nomos, la legge, e con la legge arriva una misura. Ciò che Paolo afferma su che cosa fa la misura è preciso e scomodo: il nomos è sopraggiunto perché il passo falso si moltiplicasse (5,20). La misura fu data per amore della meta, e il suo primo effetto è rendere la distanza dalla meta visibile e più grande.

Questa è la complicazione della trama, detta nella grammatica di Paolo stesso. Viene data una meta, si crea una misura per assicurarla, e la misura comincia a prendere il posto della meta. Ogni sforzo per rispettare la misura è sincero, e ogni sforzo fa crescere il tiro mancato, perché chi la rispetta ora mira alla misura e non più alla meta. Nulla qui è una lezione morale sulle persone deboli. È il meccanismo del primo capitolo, la correzione che finisce accanto al bersaglio, messa per iscritto quasi duemila anni prima.

Peripezia

Nel settimo capitolo la stessa trama è raccontata di nuovo, questa volta dall’interno. Chi parla è un «io», e l’«io» ricorda un tempo prima del comandamento: un tempo vivevo senza la legge, ma quando venne il comandamento, l’ hamartia prese vita, e io morii (7,9). La sequenza segue la Genesi passo per passo: una vita senza misura, una parola che vieta, un desiderio risvegliato dalla parola, e la morte. I lettori discutono da tempo se l’«io» sia Paolo, Adamo o Israele. Entro le condizioni di questo libro la risposta è più semplice: è la posizione di chiunque sia entrato nel linguaggio e abbia ricevuto una meta.

Da quella posizione la misura appare buona, e Paolo insiste che è buona. Il comandamento era destinato alla vita, e si rivelò portatore di morte (7,10), perché l’ hamartia prese il comandamento e se ne servì. L’«io» vuole il bene e non lo fa, e fa ciò che non vuole (7,15; 7,19). Ogni tentativo di colmare la distanza la allarga, finché il tiro mancato si mostra per ciò che è, oltre ogni misura (7,13). Poi viene il grido: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte (7,24)?

La svolta arriva nella frase successiva, e arriva senza alcuno sforzo nuovo. Ora dunque non c’è alcun verdetto contro quelli che sono in Cristo (8,1). Ciò che la legge non poteva fare, perché doveva agire attraverso la stessa carne che doveva correggere, è stato fatto dall’esterno del cerchio del misurare (8,3). L’«io» non è finalmente riuscito; è stato spostato in un’altra posizione, da cui la misura e la meta si possono distinguere. Questa è la peripezia nel senso di Aristotele, un rovesciamento che viene dall’interno della trama e ne cambia la direzione, con il riconoscimento che segue da vicino.

Pathos

Dopo la svolta comincia il dolore di Paolo, e non riguarda più lui stesso. Nel capitolo 9 scrive di una grande tristezza per il proprio popolo, Israele, al quale appartengono le alleanze, il dono della legge e le promesse (9,1–5). La trama che ha appena raccontato dell’«io» ora la vede nella storia di un popolo. Israele inseguì la legge della giustizia e non la raggiunse, perché la inseguì come se la meta si potesse assicurare con le opere (9,31–32). L’espressione di Paolo è esatta: hanno zelo per Dio, ma non secondo il riconoscimento, epignōsis (10:2).

Nel capitolo successivo Paolo nomina la meta. Il telos della legge, cioè insieme la sua meta e la sua fine, è Cristo (10,4). La misura ha sempre puntato oltre sé stessa, e un popolo che la custodiva fedelmente vide passare oltre la meta a cui essa puntava. Qui Paolo pone la domanda che le condizioni di questo libro esigono, se Dio abbia respinto il suo popolo, e risponde subito: niente affatto, perché anch’io sono israelita (11,1). Paolo non ha cambiato religione; parla come uno del popolo di cui sta raccontando la storia.

Poi la trama si volge verso l’esterno. L’inciampo di Israele, scrive Paolo, non è una caduta: per mezzo del suo passo falso la strada si apre alle nazioni (11,11). Un indurimento è venuto su una parte di Israele finché non sarà entrata la pienezza delle nazioni, e in questo modo tutto Israele tornerà al suo posto (11,25–26). L’ultima frase dell’argomento racchiude tutti: tutti sono stati rinchiusi insieme nello stesso tiro mancato, perché tutti possano esserne tratti fuori (11,32). Lo sguardo di Paolo si è spostato dal giardino alla fine della storia, e ciò che vi vede nel linguaggio della storia, l’Apocalisse lo mostra in immagini.

Materiale di lavoro: Lo stesso passo (Romani 7) · La stessa caduta (Romani 9–11) · disposizione del settimo saggio

Note
  1. I numeri dei versetti sono punti di controllo: ogni frase descrive il movimento del passo e si può verificare al versetto indicato. I termini di Paolo sono resi in base a ciò che fanno nel movimento: nomos come metro di misura o misura; il grido di 7,24 come un modo di vivere che consuma ciò a cui tende, non come morte fisica; en Christō («nell’unto») come un luogo dentro la storia; epignōsis (10,2) come riconoscimento; telos (10,4) come meta e fine.
  2. Romani 5,12–14; 5,20 (5,20 confrontato con la ESV). — 5,12–14 da verificare
  3. Romani 7,7–10; 7,13; 7,18–19; 7,24. — da verificare
  4. Romani 8,1; 8,3 (8,3 confrontato con la ESV). — 8,1 da verificare
  5. Romani 9,1–5; 9,31–32; 10,2; 10,4. — da verificare
  6. Romani 3,9; 3,23; 9,30; 11,1; 11,11; 11,17–21; 11,25–26; 11,32; 11,33. — da verificare
  7. Datazione della lettera, intorno al 57. — da verificare
  8. Ordine tra relazione e regole: Esodo 20,2 viene prima dei comandamenti; sul rispetto delle regole come permanenza in un legame già esistente anziché come guadagno dell’ingresso, vedi E. P. Sanders, Paul and Palestinian Judaism (1977), «nomismo del patto». — da verificare
  9. Romani 16,25–26: la lettera termina con lo svelamento (apokalypsis) di ciò che era nascosto per lunghi secoli, ora mostrato a tutti i popoli. — da verificare
  10. Il corridore è l’immagine che Paolo usa per sé stesso (1 Cor 9,24–26; Fil 3,14, kata skopon, verso il bersaglio), e nella Lettera ai Romani la usa per Israele, che inseguì la misura e non la raggiunse (9,16; 9,30–32). In 7,8 il soggetto della frase è l’ hamartia: il tiro mancato ha colto l’occasione per mezzo del comando; il comando stesso è santo (7,12). — da verificare